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Storia del teatro

 

Il Medioevo

Sul principio del Trecento il commediografo A. Mussato tentò per primo un'imitazione in latino delle tragedie di Seneca con l'Ecerinis; dopo questo esperimento il teatro di Seneca godette larga fortuna fino al Quattrocento, senza peraltro determinare una vera e propria rinascita della tragedia antica. Soltanto al principio del XVI sec., Trissino con la Sofonisba diede alla letteratura italiana il primo modello di tragedia regolare, uniformandosi ai grandi modelli greci. Anche se la Sofonisba non venne messa in scena prima del 1562. Meno rigida nella struttura e con alcuni originali momenti di poesia fu l'Orazia di Pietro Aretino, pubblicata nel 1546, ma neppure questa, a quanto risulta, fu mai rappresentata. La conoscenza della Poetica d'Aristotele orientò le discussioni sulla tragedia in modo sempre più rigoroso, e perciò la Canace di S. Speroni (1542) fu oggetto di discussioni, e il maggiore tragediografo italiano della metà del secolo, G. Giraldi Cintio, dopo la prova dell'Orbecche (1541), volle scrivere un Discorso sulle commedie e sulle tragedie, pubblicato nel 1554, per accettare le norme aristoteliche e per difendere un tipo di spettacolo più vicino alla tragedia di Seneca che a quella greca.

 

Nello scritto del Giraldi è varie volte ribadito il principio aristotelico della catarsi. Era questa la finalità morale che sostenevano negli stessi anni alcuni commentatori della Poetica, e in particolare V. Maggi; ma il Giraldi, nonostante l'adesione ad Aristotele, mirava a un tipo di spettacolo moderno, che se molto deve a Seneca nella spiccata predilezione per scene cariche d'orrore, nel rispettare la divisione in atti e nel fare del coro una specie di commento "alle cose della favola", si caratterizza per la preferenza accordata a vicende romanzesche e per la soluzione a lieto fine. Mentre ebbero scarso seguito alcuni esperimenti quali Il soldato di Angelo Leonico (1550), o Il libero arbitrio (1546) del bassanese F. Negri, primo esempio di tragedia in prosa, sull'esempio del Giraldi trionfò per tutta la seconda metà del XVI sec. la tragedia degli orrori di argomento esotico e romanzesco.
Spicca fra i molti tragediografi della fine del secolo Pomponio Torelli per il senso drammatico col quale interpretò il tema della ragion di Stato, come nel secolo successivo tengono una posizione di rilievo Federico Della Valle e Carlo de' Dottori, autore dell'Aristodemo. Non meno importanti delle opere furono le discussioni dei critici, che, se da un lato ebbe credito la spiegazione in senso moralistico del principio aristotelico della catarsi, dall'altro affermarono una diversa teoria, esposta con particolare rigore da L. Castelvetro nel suo commento della Poetica. A base di questa teoria stavano una concezione edonistica della poesia e un rigoroso realismo che portava sia a limitare l'abuso del meraviglioso sia a sancire, oltre al principio dell'unità d'azione, quelli dell'unità di luogo e di tempo allo scopo di dare piena verosimiglianza ai fatti rappresentati.

 

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